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Le maschere nell’arte: ecco i quadri con i migliori messaggi subliminali.

Le maschere nell’arte: ecco i quadri con i migliori messaggi subliminali.

Il Carnevale di Venezia fa parte ormai da secoli della storia, della tradizione e del folklore italiano in Europa e nel mondo.

Anche nell’arte è spesso rappresentato. Sono molti infatti i quadri del Carnevale che ritraggono maschere tradizionali (come la baùta o la moretta) o festeggiamenti sfarzosi in palazzi e piazze.

Ciò che trovo interessante è capire come nel periodo più “permissivo” dell’anno, gli artisti ne approfittassero per lanciare messaggi e dire la loro senza esporsi direttamente, celandosi appunto dietro una maschera.

Lotta tra Carnevale e Quaresima, Pieter Bruegel il Vecchio, 1559

E’ il caso di Pieter Bruegel, per esempio, che nel 1859 dipinse Lotta tra Carnevale e Quaresima, una parodia godereccia e un evidente spaccato di vita del periodo. L’uomo grasso a cavallo di una botte di vino intento a mangiare ogni cosa gli capiti a tiro è in netto contrasto con la donna pallida e smunta seduta su una sedia circondata da pochi fedeli in preghiera. Bruegel ha messo in evidenza lo scontro simbolico tra la Quaresima e il Carnevale, i sacrifici contro l’opulento spreco.

Pierrot and Harlequin di Paul Cézanne (Mardi Gras), 1888

Paul Cézanne, pittore impressionista, con questo quadro pare voglia rappresentare in modo allegorico la fine dell’amicizia con lo scrittore Émile Zola. Intitolata Martedì grasso è datata 1888 e ora conservata nel museo di Puškin di Mosca. I modelli per le due maschere furono il figlio di Cézanne, Paul, avuto nel 1872 da Hortense Fiquet, che posò per l’Arlecchino, e l’amico Louis Guillaume nei panni di Pierrot.

L’Entrée du Christ à Bruxelles di James Ensor 1888

Precursore dell’espressionismo belga, il pittore di Ostenda James Ensor era conosciuto per l’uso ossessivo delle maschere e degli scheletri nella sua arte.

L’entrata di Cristo a Bruxelles, realizzata nel 1888 e oggi esposta al Getty Museum di Los Angeles, è la più rappresentativa: le maschere ritratte, demoniache, spettrali e folli, sono simbolicamente il lato più brutto e deformato dell’umanità. Ensor era ossessionato dai costumi carnevaleschi, proprio come quelli che sua madre vendeva a tutta la popolazione di Ostenda, e li dipingeva con pennellate furiose e ipnotiche fino a ridurli a teschi grotteschi.

Come annunciato dal titolo, il disegno raffigura un ipotetico ingresso trionfale di Gesù nella capitale belga, in onore del quale viene realizzata un’immensa parata, talmente sgargiante e carnevalesca da apparire ridicola e quasi sinistra.

La cittadinanza è accorsa in massa all’evento, tuttavia nessuno dei partecipanti ha lo sguardo rivolto verso il Cristo: c’è chi chiacchiera, chi giudica, chi critica, chi si diverte, chi si fa largo, addirittura chi si bacia. Questa circostanza è fortemente simbolica: rappresenta l’allontanamento del popolo dai valori del Vangelo.

“Paul vestito da Arlecchino” di Pablo Picasso 1924

Il celebre pittore spagnolo Pablo Picasso ritrae nel 1924 il figlio Paulo con un grazioso costume carnevalesco di Arlecchino in quest’opera esposta nel Musée National Picasso di Parigi. Il bambino, nato dal matrimonio del pittore con Olga Khokhlova, è ritratto con una delicata precisione nei dettagli che esprimono tenerezza, sebbene i tratti lasciati dalla matita facciano pensare a un’opera apparentemente incompiuta

Picasso realizza, nella sua lunga carriera, molti dipinti con Arlecchino. L’artista è sempre stato notoriamente molto vicino all’immagine del saltimbanco e delle maschere, simboli del proprio stato d’animo e della solidarietà con gli emarginati, i diseredati e gli afflitti.

L’intrigo di James Ensor

Altro quadro di Ensor molto rappresentativo del Carnevale, a coronamento di una cavalcata tra colori, maschere e teschi, sarcasmi e autoironie (sul muro de Il Pisciatore è scritto “Ensor è un pazzo”), le opere più celebri sono: Il Pierrot e gli scheletriL’intrigo e Le maschere sorprese.

J.A., WATTEAU, Arlecchino e Colombina, 1716 ca. – Londra

Partiamo da Antoine Watteau (1684 – 1721) fu un pittore che si specializzò nel tema delle cosiddette Feste galanti, ovvero i momenti mondani della nobiltà francese settecentesca come i gran balli, i balli in maschera, la caccia, i concerti all’aria aperta, le passeggiate. Sono i personaggi mascherati di Watteau: tolti dal palcoscenico e inseriti nei paesaggi idilliaci e pastorali che tanto piacevano all’aristocrazia francese. Nei suoi dipinti le maschere teatrali diventano delle presenze, non più sceniche, ma elementi metaforici o giocosi all’interno di scenette per lo più arcadiche.

Non potevo tralasciare il grande Tiepolo che rappresenta le mascere per antonomasia della Commedia dell’Arte: Pantalone con il tabarro nero e le calze rosse al centro del dipinto; e Colombina, la giovane mascherata subito di fronte a lui. Sulla destra si vede anche la tradizionale baùta.

“Il rinoceronte” di Pietro Longhi (1751)

Molte delle opere che ritraggono le maschere e i festeggiamenti nella Venezia del ‘700 li dobbiamo a Pietro Longhi.
I suoi dipinti non ritraggono solo baùtemorette e altre maschere durante il periodo carnevalesco, ma anche durante la vita di tutti i giorni.

Era infatti naturale utilizzare dei vistosi travestimenti anche nel resto dell’anno. Più particolare è il suo “Il Rinoceronte” del 1751. L’animale, proveniente dall’Africa o dall’Asia, sta di fronte ad alcuni veneziani in maschera.

Nel prossimo articolo ti racconto dell’usanza del giovedì grasso a Venezia durante il periodo della Serenissima e avrai una macabra scoperta.

Le mascare val soldi soeo in Carneval (proverbio veneziano)
Le maschere valgono solo a Carnevale

Stefania Doimo Zilio

rhetie

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